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I sanitari non avevano prospettato la possibilità di un’amniocentesi e ora dovranno risarcire la famiglia della bimba nata con sindrome di Down

È stato fissato in 490 mila euro – più gli interessi da conteggiare – il risarcimento che la Asl di Alessandria e un ginecologo dovranno corrispondere ai familiari della bimba nata con sindrome di Down. La motivazione? Non avevano informato la madre della piccola sull’opportunità di effettuare esami più approfonditi e specifici come l’amniocentesi per scoprire, già entro il terzo mese di gestazione, che il feto era affetto da sindrome di Down-trisomia 21.

La donna, in gravi difficoltà economiche e già madre di quattro figli, avrebbe abortito se (prima di partorire, nel 2008) fosse stata a conoscenza della patologia della bambina, perché – come ha avuto modo di dichiarare al momento di promuovere una causa civile per ottenere un risarcimento “tirar grande un figlio disabile costa molto, molto di più”.

Ciononostante, la donna originaria di Novi Ligure ha cresciuto la bimba nata con sindrome di Down con amore e ogni cura possibile, sebbene con enormi sacrifici economici derivanti dalla sua condizione.

Per queste ragioni, e accertata la negligenza del ginecologo e della Asl, il giudice Patrizia Cazzato ha riconosciuto il risarcimento richiesto e ne ha quantificato in sentenza l’importo in 490 mila euro.

La madre, insieme al marito e ai familiari, seguita dagli avvocati Giuseppe Lanzavecchia e Antonino Rotondi, aveva fatto causa nei confronti della Asl di Alessandria e del ginecologo che, proprio al consultorio di Alessandria, aveva in cura la donna nel corso della sua quinta gravidanza. Il ginecologo, secondo gli accertamenti, prescrisse degli accertamenti che non furono esaustivi. Il medico e la Asl, però, chiamati in causa, hanno affermato che l’amniocentesi era stata prospettata alla donna come strumento diagnostico più preciso.

Circostanza, questa, fermamente negata dalla donna. Oltre a ciò, secondo il giudice, durante tutto lo svolgimento della causa non è stato provato che questa informazione fu data in modo corretto e comprensibile.

Da qui la decisione di condannare il ginecologo e la Asl che non hanno esplicitato, nei termini dovuti, il rischio cui la donna era esposta, cioè di mettere al mondo una bimba con disabilità grave.

Oggi la bimba nata con sindrome id Down ha nove anni e sta bene, ma per il giudice Cazzato è innegabile la necessità di sostegno economico, soprattutto nella prima parte della vita e fino ai 25 anni di età, quando potrà beneficiare anche dell’invalidità civile e altre provvidenze assistenziali. Asl e ginecologo, a questo punto, potrebbero ricorrere in appello, assistiti dagli avvocati Donatella Buzio e Fiorella Goretta.

 

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