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I giudici hanno condannato l’ospedale palermitano a risarcire la famiglia di una donna morta per negligenza medica, dopo ben tre ricoveri

È morta per negligenza medica dei sanitari del “Cervello” di Palermo Maria Grazia Li Vigni, la 32enne deceduta nel 2012 dopo essere stata dimessa dall’Ospedale palermitano.

Lo ha stabilito il giudice della terza sezione civile del Tribunale di Palermo – Giuseppe Rini – che ha disposto un maxi risarcimento di 850 mila euro per i familiari della donna, morta per negligenza medica, nonostante avesse già subito tre ricoveri e affrontato diverse consulenze specialistiche. La Li Vigni venne rimandata a casa ed era poi deceduta 10 giorni dopo.

Una vicenda grave, questa, che getta l’ennesima ombra sulla sanità siciliana. La donna aveva subito un parto cesareo per l’estrazione del feto già morto il 5 dicembre 2011. Ben tre volte – nelle giornate del 13, 17 e 26 dicembre del 2011 – si era recata al pronto soccorso dell’ospedale Cervello accusando un forte dolore all’emitorace sinistro.

La 32enne era stata quindi sottoposta a una ecografia, un rx torace e aveva subito una tac all’addome. Dopo una consulenza cardiologica e ben due consulenze pneumologiche, era stata poi dimessa il giorno successivo con una diagnosi di “addensamento polmonare sinistro”.

Il 6 gennaio 2012, però, la donna è morta improvvisamente a casa sua per cause che, a seguito dell’esame autoptico, sono state ricondotte a un “arresto cardio-respiratorio conseguente a embolia polmonare massiva, con trombi a verosimile partenza dal distretto venoso del piccolo bacino”.

A ucciderla è stata una trombo-embolia, come è stato accertato dall’autopsia effettuata sul corpo della donna. Da lì è partito il processo per il presunto caso di malasanità che ha portato al rinvio a giudizio per omicidio colposo di quattro medici, uno dei quali ha chiesto di essere processato con il rito abbreviato. Secondo il giudice “la sussistenza di una responsabilità dei sanitari in relazione alla morte della Li Vigni emerge inequivocabilmente dalle risultanze della consulenza medico-legale espletata in corso di causa”. La donna è quindi morta per negligenza medica, secondo il giudice.

In merito all’ultimo accesso della Li Vigni al pronto soccorso, il 26 dicembre 2011, il CTU ha dichiarato che vi fossero “elementi abbastanza significativi che avrebbero dovuto indirizzare quantomeno verso approfondimenti su una possibile trombo-embolia polmonare, quali in particolare l’interessamento pleurico e il netto rialzo di D-dimero, che venne interpretato dal cardiologo esclusivamente come un dato legato alla recente gravidanza. Risulta sorprendente – ha proseguito – che nessuno dei diversi sanitari che ha visitato la signora abbia preso in considerazione l’ipotesi di fatti trombo-embolici che, considerata la storia clinica della paziente, reduce da recente parto cesareo per estrazione di feto morto, era assolutamente plausibile“.

E non è servito a nulla il tentativo, da parte delle varie compagnie assicurative, di sollevare argomentazioni con l’obiettivo di bloccare gli effetti delle coperture: sono risultate prive di fondamento.

Per i giudici, le maggiori responsabilità sarebbero da attribuire agli pneumologi e al cardiologo che “avrebbero dovuto considerare con ancor maggiore attenzione, in virtù delle loro conoscenze specialistiche, l’ipotesi di trombo-embolia polmonare poi accertata post- mortem, che risultava del tutto congrua rispetto alla storia clinica e ai dati strumentali e laboratoristici a loro disposizione”.

A fronte di una richiesta da 15 milioni di euro di risarcimento, ne sono stati riconosciuti oltre 300 mila euro alla figlia, 293 mila al marito e 245 mila al padre.

 

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