In evidenza

Emorragia non descritta nel referto operatorio: altro caso sui generis “verso” il risarcimento grazie ai professionisti dell’Accademia della Medicina Legale. Un caso comunque non raro di “negligenza opportunistica”.

Il sig. P. F. era affetto da ipertensione arteriosa, broncopneumopatia cronica ostruttiva a prevalente componente enfisematosa, aortosclerosi, arteriopatia obliterante degli arti inferiori, artrosi diffusa e gonartrosi. In data 11.07.2004 veniva ricoverato presso reparto di Ortopedia per essere sottoposto ad intervento chirurgico di artroprotesi del ginocchio dx.

In data 02.03.2005 il paziente veniva nuovamente ricoverato presso lo stesso reparto di Ortopedia in seguito a caduta accidentale avvenuta in ambiente domestico per cui riportava la frattura pertrocanterica del collo del femore destro e la rottura della cuffia dei rotatori della spalla sinistra. Veniva quindi sottoposto ad intervento chirurgico di osteosintesi con chiodo del collo del femore, mentre la spalla sinistra veniva considerata inoperabile. L’intervento causava copiosa perdita ematica.

In data 04.07.2005 veniva condotto in PS per un’ulteriore caduta accidentale da cui aveva riportato la frattura diafisaria del femore destro. Veniva pertanto ricoverato presso il reparto di Ortopedia. Veniva sottoposto ad esami ematochimici che mostravano valori sostanzialmente nella norma ad eccezione di una anemia.

Alle ore 12:30 del 06.07.2005 veniva sottoposto ad intervento chirurgico di osteosintesi chiusa con chiodo PFN la cui descrizione risulta priva di ogni particolare relativo alla copiosa emorragia intraoperatoria. Alle ore 12:44 l’anestesista eseguiva un’emogasanalisi che mostrava valori di emoglobina pari a 7.4 g/dl. Richiedeva quindi 4 sacche di emazie concentrate.

Alle ore 13:45 il paziente veniva intubato e venivano richieste 3 sacche di emazie concentrate e 2 di plasma fresco per emorragia intraoperatoria, con valori di emoglobina ora pari a 7 g/dl.

L’intervento chirurgico veniva terminato alle ore 14:45. Poco dopo subentravano insufficienza respiratoria, shock ipovolemico e arresto cardiocircolatorio che venivano risolti con le manovre rianimatorie e la somministrazione di adrenalina. Si aveva ripresa dell’attività cardiaca e polso centrale.

Alle ore 15:55 veniva condotto in Rianimazione con diagnosi di accettazione di arresto cardiaco in fine chirurgia, shock ipovolemico, frattura ed osteosintesi femore destro (diafisi). Il paziente era in coma, si somministravano due sacche di emazie concentrate.

Alle ore 16 si verificava nuovamente un arresto cardiorespiratorio con inizio delle manovre rianimatorie.

Alle ore 16:33 veniva constatato il decesso.

Veniva richiesto l’esame autoptico che veniva eseguito in data 08.07.2005 da cui emergevano una grave coronarosclerosi trivasale ed edema polmonare.

I congiunti del defunto, nella convinzione che il loro parente non fosse stato seguita adeguatamente dai sanitari che l’ebbero in cura, si rivolgevano al nostro staff medico-legale che prendeva visione della documentazione clinica presentata e prendeva atto del resoconto sui fatti riportato dai famigliari del sig.ra P.F.


Si riteneva procedibile il caso del sig. P.F. per i seguenti motivi:

Si ravvisavano gravi colpe per negligenza ed imprudenza da parte dei Sanitari che operarono il sig. P.F. in quanto:

  • non hanno adeguatamente verificato la situazione cardiologica del pz nella fase preoperatoria;
  • non hanno adeguatamente informato il pz dei rischi e delle possibili conseguenze;
  • non hanno adeguatamente compilato la cartella clinica affinchè si potesse ricostruire adeguatamente il decorso pre e intra-operatorio.

Si aprì il sinistro presso i convenuti nel mese di agosto 2014, richiedendo il danno da morte e il danno riflesso dei congiunti tutti e degli eredi.

La convenuta azienda dopo svariati mesi non faceva giungere una sua presa di posizione per cui si ritenne di dover procedere con un ricorso 696bis per un tentativo di conciliazione ovvero per ottenere una consulenza tecnica preventiva da depositare nel giudizio ordinario o sommario di cognizione.


La versione della difesa

Si costituirono i convenuti negando ogni tipo di responsabilità in quanto, a loro avviso:

  • le condizioni preoperatorie erano discrete (normale funzione renale, epatica e metabolica, lieve anemia, classe di rischio operatorio intermedio ASA 2-3);
  • non vi erano controindicazioni all’intervento, che era urgente per evitare l’allettamento, dolori intollerabili, piaghe da decubito, complicanze cardio-polmonari ed elevata mortalità;
  • l’emorragia intraoperatoria veniva trattata con plurimi presidi e portava a una discreta stabilità emodinamica (da una instabilità emodinamica), che consentiva il risveglio, l’estubazione, la ripresa della coscienza, una buona ossigenazione e perfusione;
  • si verificavano tuttavia dispnea e perdita di coscienza, con necessità di assistenza ventilatoria, di intubazione, di rianimazione cardiopolmonare; alle 15:30, dopo le cure, il circolo riprendeva, per attività elettrica e polso centrale; si verificava uno shock emorragico, trattato, ma con esito nel decesso;
  • tutte le condotte dei curanti erano idonee e tempestive in ogni fase dell’iter clinico.

Il giudice nominava un consulente medicolegale che a seguito di regolare contraddittorio tra tutte le parti in causa, inviava alle parti una prima stesura della relazione che di seguito si riporta.


Valutazione medico-legale del CTU

Sul caso in esame lo scrivente ritiene di poter svolgere le seguenti considerazioni.

Causa di morte di F.P.

Il paziente era accolto presso l’Ortopedia in data 04/07/2005, a causa di una frattura della diafisi femorale destra, da caduta accidentale.

La frattura risultava clinicamente ben chiara, alla luce dell’obbiettività clinica che dimostrava l’arto inferiore accorciato, abdotto, extraruotato, dolente al III medio e con motilità preternaturale, in un contesto appunto tipico per il verificarsi di una rottura diafisaria del femore, attendibilmente instabile stante la pratermotilità.

Della frattura non abbiamo comunque evidenze radiologiche, per la mancanza di referti specifici nella cartella clinica e pure per la mancanza di ‘lastre’ radiologiche (richieste da parte ricorrente all’Ospedale, ma non disponibili).

La lesione, per le sue caratteristiche, richiedeva di necessità un intervento chirurgico di riduzione e osteosintesi metallica, da farsi dopo la rimozione di un chiodo endomidollare PFN A 7865 stabilizzato con viti prossimali e distali, applicato in precedenza il 02/03/2005 nello stesso reparto, per il trattamento di una frattura femorale pertrocanterica.

Quella del 04/07/2005 era pertanto una rifrattura dello stesso osso, sia pure in un punto diverso (nel mese di marzo del 2005 frattura pertrocanterica, quindi prossimale, nel mese di luglio del 2005 frattura diafisaria).

Da considerare che il paziente presentava in partenza un rischio operatorio significativo, rappresentato:

  • da patologie sistemiche pregresse e note, descritte in cartella clinica e nelle cartelle cliniche precedenti (ipertensione arteriosa, arteriopatia ostruttiva arti inferiori, broncopatia cronica ostruttiva, aortosclerosi, encefalopatia vascolare);
  • da patologie cardiache probabili, considerando l’elevata probabilità di una cardiopatia ischemica, molto frequente nei pazienti con turbe vascolari encefaliche, arteriopatici agli arti inferiori e pure ipertesi (l’autopsia confermava poi una coronaropatia grave e pertanto una cardiopatia ischemica);
  • da patologie distrettuali femorali, date dal precedente intervento con applicazione di mezzi di sintesi per la cura della frattura femorale pertrocanterica;
  • dall’età (73 anni).

La situazione relativa al rischio di partenza era identificata in via preliminare all’intervento, osservando che l’anestesista classificava una situazione di “rischio ASA 2-3”.

A parere dello scrivente la classificazione del rischio, pur corretta, si avvicinava più alla classe 3 che a quella 2, considerando che il paziente presentava un fattore pregresso di rilievo nella sua storia clinica, dato dal manifestarsi di importanti emorragie chirurgiche avvenute in occasione di precedenti interventi ortopedici, sempre effettuati presso lo stesso reparto; infatti:

  • il 12/07/2004 era stato sottoposto ad artroprotesizzazione del ginocchio destro, per artrosi: nel post-operatorio si era verificata una importante anemia, con la perdita di ben 6.0 grammi di emoglobina, passata dal valore di 13.7 al valore di 7.7, tale da rendersi necessarie emotrasfusioni;
  • il 02/03/2005 era stato sottoposto all’osteosintesi della frattura femorale destra pertrocanterica: anche in questa occasione si era verificata una significativa perdita ematica post-chirurgica, con valori di emoglobina pre-operatori passati da 11.5 a 7.9 (perdita di 3.6 grammi); l’anemia veniva trattata con trasfusioni e si correggeva gradualmente e parzialmente.

Per un paziente di questo tipo, con la tendenza anamnestica documentata a presentare anemie in corso di intervento o dopo l’intervento, era ovviamente necessaria l’applicazione di una particolare prudenza nel gesto chirurgico, idoneo nel causare anemizzazione (l’emorragia è una delle complicanze operatorie e/o post-operatorie).

In ogni modo l’intervento era necessario e doveva essere attuato, e le condizioni preoperatorie, di salute generale e relative ai parametri cardiovascolari, lo consentivano.

Purtroppo la complicanza emorragica si manifestava, in maniera grave, anche per l’ultimo l’intervento del 06/07/2005.


L’imprevisto in verità prevedibile

Dalla cartella clinica apprendiamo infatti, viste le annotazioni dei curanti e il diario anestesiologico, che un calo sensibile dell’emoglobina (quindi anemia) rispetto a quello di partenza pre-operatorio del 05/07/2005 pari a 11.0, si manifestava alle ore 12:44, solo 14 minuti dopo l’inizio della procedura chirurgica (cominciata alle ore 12:30), con valore dell’emoglobina pari a 7.4, a rappresentarci una perdita di 3.6 grammi; contestualmente si abbassava in maniera sensibile la pressione arteriosa.

Si era pertanto trattato di una emorragia cospicua, come definita dagli stessi curanti, e rapida, visti i tempi di manifestazione descritti.

La perdita ematica veniva trattata con plurime trasfusioni di globuli rossi concentrati (5 sacche trasfuse nel corso dell’intervento, e altre dopo l’intervento), che purtroppo non bastavano a salvare il paziente.

Dopo il completamento della procedura chirurgica (rimozione del chiodo già in sede e posizionamento di un nuovo chiodo bloccato prossimalmente e distalmente), dopo le trasfusioni e la somministrazione di farmaci anti-shock e di espansione del volume ematico, e dopo un risveglio iniziale del paziente, si manifestava infatti, in tempi brevi, una perdita di coscienza improvvisa con arresto cardiaco; le manovre rianimatorie facevano sperare in una timida ripresa, ma alla fine, alle ore 16:33 si doveva constatare il decesso, correttamente attribuito dai curanti ospedalieri a uno shock ipovolemico (da emorragia); tale condizione di shock, pur a fronte di una emoglobina a fine intervento pari a 7.9 (ore 15.31), bassa ma non critica in via assoluta, era spiegabile sia dalla rapidità della perdita ematica, sia dalle preesistenti condizioni di fragilità del soggetto, vasculopatico e cardiopatico.

Al termine di questa prima parte della disamina è infine con certezza affermabile la sussistenza di nesso causale tra l’intervento chirurgico del 06/07/2005 e il decesso, appunto avvenuto a causa di uno shock ipovolemico post-emorragico, per emorragia intraoperatoria.

Sui profili di responsabilità

Per quanto riguarda questo aspetto allo stato degli atti non è possibile esprimere un giudizio.

Si premette che l’emorragia operatoria, che avviene nel corso di un intervento chirurgico, è una complicanza prevedibile che può derivare o da fatto ineluttabile, o da fatto colposo.

Per la valutazione medico legale di una eventuale responsabilità, sia in via generale per interventi di questo tipo, sia in via più specifica, è indispensabile avere a disposizione una dettagliata descrizione dell’intervento chirurgico e gli esami radiografici del caso.

Un tanto consente di apprezzare le modalità del gesto chirurgico, che per la situazione in esame prevedeva prima la rimozione del chiodo e quindi il posizionamento di un secondo chiodo, secondo specifiche modalità tecniche.

Per il paziente la descrizione dell’intervento chirurgico è carente, e non prevede sufficienti particolari descrittivi: si enuncia la prima fase di rimozione (primo tempo chirurgico), e si enuncia la seconda fase di posizionamento del chiodo (secondo tempo chirurgico).

Non sono poi disponibili, né in referto, né in visione diretta (cosa che sarebbe stata altamente auspicabile) le radiografie pur eseguite nel corso della degenza, sia prima dell’intervento, sia nel corso dell’intervento, laddove l’esame dei radiogrammi avrebbe consentito la verifica e la valutazione delle complicanze, anche possibilmente in rapporto alla loro origine.

Il giudizio sulla responsabilità non può pertanto essere espresso sulla base degli elementi a disposizione.

Da segnalare inoltre che:

  • le varie procedure di trattamento e rianimatorie erano adeguate dopo la manifestazione della complicanza emorragica, e in effetti, per quanto risulta, consentivano di evitare un calo ulteriore dell’emoglobina;
  • il referto autoptico era pure carente, e non aiutava per la disamina, in quanto non descriveva lo stato della frattura femorale diafisaria e l’esito del trattamento.

OSSIA, il consulente del Giudice evidenzia le gravi carenze dell’assistenza, l’incompletezza della cartella a causa della quale non si riusciva a ricostruire l’iter terapeutico e per cui non si esprimeva sulla responsabilità.

Si riteneva dunque necessario scrivere delle note alla Ctu che chiarissero le responsabilità oggettive e presunte dello staff medico e della struttura.


Si inviano dunque le seguenti note al CTU

Dopo la lettura della CTU si deduce che:

1.Il decesso del sig. P. F. è causalmente legato all’intervento chirurgico del 06.07.2005;
2.la cartella clinica è “sfornita” di:

  • dimostrazione dell’avvenuta informazione al paziente (manca il foglio consenso informato sottoscritto);
  • di referti radiografici pre- e post operatori dell’arto inferiore dx fratturato e finanche della lastre;
  • di referto operatorio adeguato alla comprensione dei fatti accaduti durante l’atto medico;
  • di referto autoptico che descriva dettagliatamente gli esiti dell’intervento di sintesi della frattura dell’arto inf. dx e che dunque faccia comprendere cosa sia successo durante l’intervento chirurgico e la causa della emorragia letale.

3.A causa della deficienza documentale espressa ai punti precedenti non si possa esprimere il giudizio sulla responsabilità medica;
4.Le manovre rianimatorie effettuate dai medici siano state adeguate;
5.La rapidità del decesso non ha comportato lo stabilizzarsi di postumi permanenti e di invalidità temporanea.

Per quanto su premesso se da un lato la CTU permette agli addetti ai lavori di giungere alla conclusione che l’omissione colposa della compilazione della cartella clinica è presunzione di colpa in quanto non permette di ricostruire i fatti per giungere con certezza alle fonti di prova e dunque stilare un parere sulla responsabilità “commissiva” dei sanitari, dall’altro essa risulta carente, a parere dello scrivente, di attività deduttiva a riguardo della gestione preoperatoria ed intraoperatoria del sig. P. F.

Insomma si ritiene che il CTU si debba esprimere su alcuni aspetti contestati in sede di operazioni peritali (e riportati nello scritto consegnato) che risultano fondamentali per la valutazione medico legale dei fatti accaduti al sig. P. e che lo stesso CTU riporta nel suo elaborato.

Ovvero si chiede al CTU di esprimersi sui seguenti fatti in quanto è propria del CTU non solo l’attività percipiente (in quanto tecnico), ma anche quella deduttiva:

  • Se sia diligente la mancanza in cartella di una consulenza cardiologica completa per un paziente cardiopatico conosciuto e aortosclerotico come si evince dalle consulenze in cartella delle quali l’ultima risalente al 29/03/2004 dove è prescritto di effettuare un Ecocardiogramma prima dell’intervento chirurgico di artroprotesi al ginocchio dx;
  • Se sia diligente non preparare una scorta di emazie preoperatoria in un soggetto con anemia nota (Hgb: 11), con predisposizione nota a importanti perdite ematiche intra- e post-operatoria e in previsione di un intervento che prevede cospicuo sanguinamento. A tale riguardo si vuol precisare che ci son voluti 30 minuti prima di iniziare l’infusione di emazie postemorragia (tempo prezioso per evitare ischemie cardiache!);
  • Quale sia la più logica delle cause dell’emorragia intraoperatoria avvenuta nei primi 10 minuti dell’intervento chirurgia conoscendo più fatti essenziali:

1.Non documentata emorragia preoperatoria;
2.Importante emorragia improvvisa nei primi 10-12 minuti (tanto da perdere circa 4 gr. di Hb al 14mo minuto) proprio quando il chirurgo effettua una lunga incisione del muscolo e quindi sfila il chiodo endomidollare: origine vascolare o ossea (da rottura dell’osso femorale)?

  • Se può escludersi con certezza o comunque con verosimiglianza qualsiasi fatto medico colposo legato all’evento emorragico sopravvenuto.
  • Se sia fortuita l’incompleta descrizione dei referti operatori e dell’esame autoptico.
  • Se in considerazione della documentazione depositata in atti sia escludibile qualsiasi profilo di responsabilità dei sanitari e della struttura sanitaria.

Si ritiene che una presa di posizione sui succitati punti possa far ritenere l’incarico affidato al CTU espletato e dunque possa favorire il raggiungimento dell’obiettivo che si prefigge il ricorso 696bis intentato dagli attori.


Il CTP per la parte resistente comunicava di concordare con le conclusioni della CTU

Risposta del CTU alle nostre note critiche e relazione definitiva:

Il CTP per i ricorrenti, inviava le osservazioni che si allegano in forma integrale al presente elaborato, e che di seguito si commentato.

  1. A pagina 1 delle osservazioni il Collega, nei punti a, b, c, d, e, prendeva sostanzialmente atto delle conclusioni della CTU; aggiungeva che la cartella clinica non prevede la “dimostrazione dell’avvenuta informazione al paziente (manca il foglio consenso informato sottoscritto)”.

A tale considerazione si risponde che il documento di consenso informato, per quanto si legge in cartella, in effetti manca; tale aspetto non è stato trattato dallo scrivente nella bozza di CTU poichè il quesito non prevedeva considerazioni sul ‘consenso’.

Le restanti osservazioni esposte a pagina 1 non richiedono risposta in quanto elencano alcune argomentazioni del CTU.

  1. A pagina 2 delle sue note il CTP, procedendo nelle osservazioni, chiede al CTU di esprimersi su specifiche circostanze riportate nell’elaborato in bozza.

Si procede riportando quanto osservato dal CTP punto per punto, fornendo la relativa risposta:

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1) Se sia diligente la mancanza in cartella di una consulenza cardiologica completa per un paziente cardiopatico conosciuto e aortosclerotico come si evince dalle consulenze in cartella delle quali l’ultima risalente al 29/3/2004 dove è prescritto di effettuare un ECO prima dell’intervento chirurgico di artroprotesi al ginocchio dx.

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Risposta del CTU: Nella cartella clinica relativa all’intervento de quo, prodotta in atti, è contenuto il referto di una visita cardiologica del 29/03/2004, riportato a pagina 10 della bozza, che prescriveva di effettuare un’ecografia cardiaca prima dell’intervento chirurgico di protesizzazione al ginocchio destro (intervento eseguito in data 12/7/04). Prima dell’intervento del 06/07/2005 non si procedeva a una visita cardiologica, ma per tale circostanza non si ravvisa una negligenza in quanto in ogni modo la situazione di rischio del paziente, peraltro sottoposto ad elettrocardiogramma pre-operatorio, era correttamente valutata dall’anestesista, figura professionale che per la stima del rischio chirurgico ha competenze specifiche analoghe a quelle del cardiologo, se non superiori; la consulenza cardiologica, ove eseguita unitamente all’Ecocardigramma, avrebbe poi evidenziato, possibilmente, una cardiopatia ischemica, patologia che non avrebbe mutato in sostanza l’indicato profilo di rischio.

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2) Se sia diligente non preparare una scorta di emazie preoperatoria in un soggetto con anemia preoperatoria (Hb 11), predisposizione a importante perdita emoglobinica intra e post-operatoria e previsione di un intervento che prevede un cospicuo sanguinamento. A tale riguardo si vuol precisare come ci son voluti 30 minuti prima di iniziare una infusione di emazie post emorragia (tempo prezioso per evitare ischemie cardiache!).

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Risposta del CTU: Nella bozza si è detto che il paziente, come dimostrato dagli interventi precedenti (protesi di ginocchio, frattura femorale prossimale), facilmente andava incontro ad anemizzazione nel corso della chirurgia ortopedica; l’ultimo intervento da farsi prevedeva inoltre, come fatto normale, una perdita ematica, pur se abitualmente non cospicua; si trattava però di un paziente in partenza anemico, a specifico e personale rischio di anemia ‘chirurgica’, ed una perdita ematica importante, come complicanza, rappresentava una circostanza prevedibile.

Ciò detto vanno ritenute calzanti le osservazioni del CTP; si ritiene infatti che la disponibilità immediata di sangue da trasfondere (sangue che poteva essere facilmente e semplicemente preparato prima dell’intervento, in maniera da avere la sua pronta disponibilità nel corso dell’intervento e già al suo inizio), avrebbe risparmiato i tempi di richiesta e di fornitura ai fini della prima infusione; poichè l’emorragia si verificava nella prima fase dell’intervento e al suo inizio (intervento cominciato alle ore 12.30, anemia evidente già alle ore 12.44, per emoglobina pari a 7.4; richiesta di sangue alle ore 13.03, prima trasfusione alle ore 13.15), una preliminare disponibilità della trasfusione, per sangue già in precedenza preparato, avrebbe consentito di anticipare la trasfusione di circa mezz’ora; tale anticipazione, rispetto a quanto avvenuto, avrebbe consentito di ridurre la velocità e l’entità della perdita e le sue negative conseguenze, con una riduzione delle probabilità (concrete e significative, pur se non esattamente quantificabili in termini numerici) del manifestarsi dello shock e del secondario decesso. La mancata preparazione di un scorta pre-operatoria di sangue da trasfondere integrava pertanto una condotta non diligente ed anche imprudente in rapporto alle note caratteristiche specifiche del paziente.

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3) quale sia la più logica delle cause dell’emorragia intraoperatoria avvenuta nei primi 10 minuti dell’intervento chirurgico conoscendo due fatti essenziali:

  1. a) non documentata emorragia pre-operatoria;
  2. b) importante emorragia improvvisa nei primi 10-12 minuti (tanto da perdere circa 4 gr di Hb al 14mo minuto) proprio quando il chirurgo effettua una lunga incisione del muscolo e quindi sfila il chiodo endomidollare: origine vascolare o ossea (da rottura dell’osso femorale?). L’incipiente emorragia ha più carattere vascolare da lesione dell’arteria perforante o addirittura della femorale profonda che decorre medialmente al femore in sede prossimale. Altro fatto che presuntivamente fa ipotizzare una lesione vascolare è il fatto che l’Hb da 7.4 scende a 7 dopo infusione di 4 sacche di emazie e dopo ulteriori tre sacche sale solo a 7.9. Il tutto non può che far pensare ad una prolungata emorragia di origine vascolare

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Risposta del CTU: E’ vero che una emorragia pre-operatoria non è documentata e pure è vero, come più volte ripetuto, che l’emorragia era iniziale ed improvvisa; quella più probabile, come di norma nel caso delle emorragie chirurgiche, è la genesi vascolare, anche protratta, oltre che inizialmente rapida, pure visto il permanere del calo emoglobinico nonostante le trasfusioni plurime.

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4) Se, indipendentemente da quanto detto al punto precedente, può escludersi con certezza o comunque con verosimiglianza qualsiasi fatto medico colposo legato all’evento emorragico sopravvenuto.

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Risposta del CTU: Un fatto medico colposo, per negligenza e imprudenza, è stato sopra confermato, ed è relativo alla mancata preparazione preventiva di sacche di sangue da trasfondere, con ritardo di circa mezz’ora per la prima infusione.

Un giudizio sui restanti aspetti della responsabilità (correttezza del gesto chirurgico, in particolare) richiede l’esame della documentazione già definita non disponibile e/o insufficiente, per carenze della cartella clinica.

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5) Se sia fortuita la incompleta descrizione dei referti operatori e dell’esame autoptico.

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Risposta del CTU: L’incompleta descrizione dei referti operatori e dell’esame autoptico corrisponde a una negligente insufficiente descrizione di quanto, secondo una corretta prassi, si doveva descrivere.

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6) Se in considerazione della documentazione depositata in atti sia escludibile qualsiasi profilo di responsabilità dei sanitari e della struttura sanitaria.

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Risposta del CTU: Un profilo di responsabilità è stato definito (mancata preparazione preventiva del sangue da trasfondere); per il resto si ribadisce che un’affermazione per altri aspetti della responsabilità (non escludibili, nè confermabili con certezza) richiede una più ampia ed esaustiva documentazione medica, non fornita dalla cartella clinica in atti.

Con un tanto si spera di aver risposto in maniera esauriente alle osservazioni del CT ricorrente.

In conclusione si confermano pertanto le precedenti conclusioni, esposte a pagina 17 dell’elaborato, che vanno integrate con le ultime considerazioni ora svolte in risposta alle osservazioni del CTP ricorrente.


Esito della trattazione dopo il ricorso:

Negativo! Si è proceduto a ricorso 702bis per la chiusura della pratica e adesso la prossima udienza è per le precisazioni e conclusioni. La controparte ha fatto un’offerta che ancora si ritiene incongrua, per cui, senza ulteriori offerte, si andrà a sentenza

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