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Chiuse le indagini sul decesso di un tredicenne morto a Salerno nel dicembre 2017 a causa di una grave forma di cheto acidosi diabetica. Rischio processo per i medici che lo ebbero in cura, accusati, tra l’altro, di diagnosi tardiva

La Procura di Salerno ha chiuso le indagini sul decesso di un tredicenne morto per edema cerebrale e polmonare nel dicembre del 2017. Una tragedia scatenata da una grave forma di cheto acidosi diabetica.
Per quella tragedia sono finiti sul registro degli indagati i nomi di sette medici. L’ipotesi di reato a loro carico è di omicidio colposo in concorso e lesioni personali colpose in ambito sanitario. I camici bianchi sono accusati, nello specifico, di diagnosi tardiva nonché di non aver curato nel giusto modo il paziente.

Il tredicenne, quattro giorni prima del decesso, aveva cominciato a presentare i primi sintomi. In particolare: secchezza alle fauci, ingrossamento della lingua e dolori in varie parti del corpo.

Era quindi stato portato all’ospedale San Giovanni di Dio e Ruggi d’Aragona. In base alla perizia disposta dai magistrati, il giovane era affetto da diabete giovanile tipo 1 già da alcune settimane precedenti al ricovero. I medici che lo ebbero in cura, tuttavia, avrebbero “ignorato i sintomi” della patologia.
“Il ragazzo dopo l’assunzione di tachipirina ha presentato difficoltà respiratorie edema della lingua e del labbro inferiore. Condizioni generali buone. Apiressia. Microcefalia scoliosi. Paziente vigile ed orientato. Al torace MV fisiologico. Addome piano trattabile OI nei limiti. Faringe iperemico lingua umida”. Questo quanto si legge nel referto stilato dal personale medico al momento delle dimissioni.

Secondo gli esperti, “un banale esame delle urine ed un esame ematologico per la valutazione della glicemia” avrebbero certamente evitato la grave Dka (chetoacidosi diabetica) e, molto probabilmente, la morte.

Sotto accusa anche il medico curante del ragazzo. Questi, infatti, contattato dalla madre dopo l’accesso al Pronto Soccorso, avrebbe dovuto, sulla base dei sintomi riferiti, consigliare una visita ed eseguire degli esami di laboratorio.
Inoltre, nel mirino degli inquirenti, è finito anche il medico del 118 intervenuto in soccorso del ragazzo due giorni dopo le dimissioni. Questi, infatti, avrebbe “impropriamente, somministrato un bolo di insulina con grave rischio per il paziente e contro tutte le indicazioni sul trattamento del diabete”.
Infine – sottolineano i periti – il ragazzo, “doveva essere al più presto trasferito  in una struttura regionale adeguata oppure, quanto meno, doveva esserci una presenza attiva in reparto del direttore dell’unità operativa e di un esperto in diabetologia pediatrica”.
Subito dopo la morte i familiari avevano deciso di sporgere denuncia. Ora i medici indagati potranno chiedere, tramite i loro legali, di essere ascoltati sulle accuse mosso nei loro confronti o presentare, memorie difensive.
 
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