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Una ricerca italiana ha individuato un meccanismo che consente
alle cellule tumorali di eludere la risposta al cisplatino, il farmaco di
elezione nel trattamento del carcinoma ovarico


Uno studio tutto italiano ha scoperto l’esistenza di
“relazioni pericolose” fra tre proteine che risultano essenziali per
la crescita del carcinoma ovarico. L’interazione tra queste proteine, infatti,
renderebbe le cellule tumorali capaci di dare origine alle metastasi e di non
rispondere alle terapie.


La scoperta, frutto di una ricerca dell’Istituto Nazionale Tumori Regina Elena (IRE) con il sostegno dell’Associazione italiana per la ricerca sul cancro (Airc), è stata pubblicata sulla rivista scientifica Nature Communications. Lo studio apre la strada allo sviluppo di nuove cure.


“Abbiamo identificato una nuova vulnerabilità delle cellule
tumorali – spiega Gennaro Ciliberto, direttore scientifico IRE – che una volta
colpita può ridurre l’aggressività delle cellule del tumore sieroso dell’ovaio
e che potrebbe essere utile a progettare nuove strategie terapeutiche e
prognostiche”.


Il tumore ovarico rappresenta la quinta causa di morte per
tumore nelle pazienti dei Paesi sviluppati.


Questa patologia colpisce ogni anno 5200 donne in Italia e poco
meno di 300 mila nel mondo, e nel 75% dei casi viene diagnosticata in fase
avanzata. Il nuovo studio porta alla luce un meccanismo attraverso cui le
mutazioni della proteina p53 rendono più aggressivo questo tumore, creando un
inaspettato sistema di comunicazione.


Spesso nei tumori sierosi ad alto grado dell’ovaio sono presenti
mutazioni della proteina p53. In base allo studio, i tumori con queste
mutazioni sono particolarmente aggressivi. Per cercare di capirne la ragione, i
ricercatori hanno scoperto che, in molti casi, la p53 mutata si lega ad
un’altra proteina chiamata YAP, uno degli interruttori generali del cancro, in
una ‘liaison’ pericolosa che porta i tumori a resistere alla chemioterapia. Nel
meccanismo avrebbe un ruolo determinante anche una terza proteina, la
beta-arrestina.


Grazie a una serie di esperimenti condotti con cellule tumorali
che derivano dal paziente, i ricercatori hanno dimostrato che, insieme, le tre
proteine costituiscono una piattaforma di coordinamento per altri segnali che
consentono alle cellule tumorali di eludere la risposta al cisplatino, il
farmaco di elezione nel trattamento del carcinoma ovarico.


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