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Il bimbo, salvato grazie a un intervento di asportazione del colon, era in pericolo di vita a causa di un virus contratto in ospedale

Ha rischiato seriamente la vita a causa di un virus contratto in ospedale a Cremona subito dopo la nascita. L’episodio risale al novembre del 2012. Come riporta Cremonaoggi il piccolo era venuto alla luce in condizioni di salute perfette.

Dopo poche ore, tuttavia, i medici erano stati costretti a ricoverarlo in Terapia intensiva, dove era rimasto per sei giorni in condizioni disperate. Aveva infatti contratto il batterio Clostridium , uno dei peggiori secondo le ricerche mediche, che può essere causa di sintomi particolarmente severi e pericolosi.

Il bimbo, quindi, era stato trasferito d’urgenza all’ospedale di Bergamo, dove i medici gli avevano dato il 10% di possibilità di sopravvivere. Grazie a una delicata operazione di asportazione del colon, il piccolo ce l’ha fatta. Oggi ha sei anni e mezzo e sta bene.

I genitori, tuttavia, hanno ritenuto di citare i giudizio la struttura sanitaria dove il piccolo è venuto al mondo.

La causa è stata intentata nel 2015. Nelle scorse ore, il Tribunale civile del capoluogo di provincia lombardo ha dato ragione alla famiglia, riconoscendole un risarcimento pari a circa 240mila euro.

I giudici hanno accolto la tesi dell’accusa secondo cui l’ospedale avrebbe “tardivamente diagnosticato ed erroneamente trattato dal punto di vista medico l’infezione”. Inoltre, la struttura non avrebbe “intrapreso un’azione di prevenzione della diffusione del batterio, pur essendo questo causa di una delle infezioni nosocomiali più diffuse”.

In base a quanto riportato nelle motivazioni della sentenza, l’ospedale non avrebbe “assolto adeguatamente l’onere probatorio su di esso gravante di dimostrare di avere approntato ogni adeguata misura di prevenzione, fra quelle indicate dalla Comunità Scientifica, per prevenire la colonizzazione da Clostridium”. Si può concludere che la colonizzazione patologica di Clostridium in capo al bambino “possa ritenersi evento non prevenibile”.

Il Tribunale, nel quantificare il risarcimento, ha tenuto conto dei risvolti fisici e psicologici.

In particolare, ha considerato, quale conseguenza non ordinaria dell’evento, il fatto che, fino a quando è stata posta la stomia al suo intestino, ovvero nei primi sei mesi di vita, il piccolo non è praticamente mai uscito di casa. Vi era infatti il timore che il contatto con estranei o l’essere portato all’esterno fosse occasione di contrazione dei normali virus influenzali. Questi avrebbero potuto infettare la stomia e aggravare la sua condizione.

I Giudici, inoltre, non hanno sottovalutato il fatto che la persona danneggiata fosse un neonato. In presenza di una resezione del colon, vi sarebbe una maggiore sofferenza delle conseguenze cliniche in un minore. Ciò in quanto “ha minore resistenza al dolore, risulta più turbato ed ha minore capacità reattiva e gestoria a fronte dei sintomi clinici”.

Tali sintomi clinici – si legge ancora nelle motivazioni – hanno accompagnato il bambino “per lungo tempo, fino almeno a novembre 2016, per quattro anni”. Un danno, quest’ultimo, anche per i genitori che “hanno patito una significativa sofferenza interiore” e subito “un significativo peggioramento delle proprie abitudini di vita”.

 

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