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Dopo la tragica morte della conduttrice televisiva Nadia Toffa, avvenuta lo scorso 13 agosto, l’agenzia di stampa Dire ha intervistato Alessandra Fabi, Oncologa dell’Istituto Nazionale Tumori Regina Elena di Roma


Quali sono le prospettive di vita per i pazienti con la stessa
patologia? – le è stato domandato.


“Le prospettive oggi sono ancora poco promettenti – ha dichiarato la Fabi -. Si tratta infatti di una patologia estremamente aggressiva anche perché non c’è una identificazione di farmaci target come invece accade in altre patologie tumorali solide che colpiscono ad esempio il rene, la mammella o la pelle come il melanoma. La strada principale è sicuramente la chirurgia insieme alla chemioterapia e alla radioterapia (…). Questo non significa però che bisogna gettare la spugna anche perché ci sono molti studi in corso per quanto riguarda i trattamenti del glioblastoma e recidive della malattia. In particolare si sta lavorando all’identificazione di marcatori biologici. Lo standard nella pratica clinica rimane comunque il ricorso alla chemioterapia”.


“L’intervento chirurgico è il trattamento prioritario al momento della diagnosi. Nel caso contrario in cui il tumore cerebrale non sia operabile la prognosi per il paziente è a sei mesi. Si tratta di tumori poco chemioresponsivi, – ha spiegato l’oncologa – ecco perché si cerca di trovare alternative terapeutiche alla chemioterapia che rimane comunque tutt’ora il trattamento farmacologico principale”.


L’importanza dell’approccio multidisciplinare


Non è dunque, ancora possibile eradicare il tumore celebrale.


La Fabi però ha anche affermato che “molto si sta facendo nel
campo della genetica”, perché molto spesso “i
pazienti a cui sono stati diagnosticati tumori cerebrali primitivi hanno storie
di malattia all’interno del cerchio familiare e a loro volta hanno perso
fratelli o sorelle a causa di questa severa patologia”.


“La scienza oggi non ha individuato il gene o i geni
che determinano il tumore cerebrale ma attraverso indagini approfondite gli
esperti sono in grado di individuare se nel paziente sono presenti geni che
fanno parte di patologie comunitarie al tumore cerebrale stesso”.


La stessa Fabi, ha però ricordato l’importanza di un
approccio multidisciplinare al problema da parte delle strutture ospedaliere
specialistiche. 


“E’ necessario, per mettere a punto il miglior
percorso di cura possibile, – ha concluso – che l’oncologo possa fare squadra
con il neurologo, il radioterapista, il chirurgo, ed il radiologo”.



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