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Accolta la pretesa risarcitoria di una famiglia per i danni derivanti da una errata indagine prenatale effettuata presso una clinica romana

Avevano citato in giudizio un centro clinico diagnostico romano per ottenere il risarcimento dei danni derivanti dall’ errata indagine prenatale sulla figlia minore. Gli attori, appena appresa la notizia della gravidanza avevano deciso di effettuare indagini volte a scongiurare il pericolo di anomalie cromosomiche e patologie genetiche.

Dopo aver effettuato il tritest e la translucenza nucale si erano pertanto rivolti alla struttura convenuta per l’analisi del liquido amniotico. All’esito dell’indagine la clinica aveva rilasciato apposito referto nel quale dichiarava l’assenza di anomalie numeriche o strutturali. Tuttavia alla nascita della piccola era stato riscontrato un difetto cromosomico invalidante.

Secondo l’accusa, quindi il centro diagnostico aveva errato nella esecuzione della indagine e in ogni caso nella lettura della risoluzione che avrebbe dovuto evidenziare l’anomalia. Da qui la richiesta di una cifra pari € 1.403.116,09.

La convenuta, a sua volta, contestava la presenza di qualsivoglia profilo di responsabilità per presunto errore diagnostico. L’analisi, infatti, sarebbe stata effettuata in piena conformità alle linee guida in materia. L’ errata indagine prenatale non era legata alla tecnica di allestimento o alla fase di lettura del campione bensì alla natura stessa del campione esaminato. Il liquido amniotico non presentava infatti l’anomalia rilevata in epoca post natale su campione di sangue periferico della bambina.

Il Tribunale di Roma, con la sentenza n. 16044/2018, ha ritenuto che nel merito la domanda fosse in parte fondata.

Il Giudice ha rilevato come gli attori lamentassero che la madre fosse stata privata della possibilità di interrompere la gravidanza. La amniocentesi, tuttavia, viene solitamente effettuata oltre il terzo mese di gestazione – come nel caso di specie – e per ciò in caso di esito negativo dell’indagine non vi è alcun diritto alla interruzione della gravidanza, Ciò anche laddove la madre avesse espressamente dichiarato prima dell’esame che si sarebbe determinata in tale senso se avesse saputo delle patologie fetali.

In base alla legge la IVG è permessa anche dopo i primi novanta giorni laddove la gravidanza o il parto comportino un grave pericolo per la vita della donna. O ancora quando siano accertati processi patologici, come rilevanti anomalie o malformazioni del nascituro, che determinino un grave pericolo per la salute fisica o psichica della gestante. Tale grave pericolo perciò deve essere presente ex ante. A nulla rileva che a seguito della nascita del bimbo affetto da patologie siano insorte sindromi psicologiche dovute allo stress emotivo e al dolore.

Nel caso in esame non vi era né allegazione né prova della compromissione dello stato di salute quanto meno psichica della signora al momento della gestazione ed amniocentesi. Pertanto, quand’anche vi fosse stato un errore da parte della clinica nell’eseguire l’amniocentesi, tale errore non aveva causato alcun danno alla gestante.Questa in ogni caso non avrebbe potuto procedere ad aborto terapeutico.

Tali conclusioni però, secondo il Tribunale, non incidevano sulla necessità di accertare se effettivamente la struttura sanitaria avesse condotto con diligenza e perizia la propria prestazione.

Un aspetto fondamentale, in quanto, i risultati dell’esame avrebbero inciso sulla possibilità della madre di “acquisire consapevolezza su ciò che sarebbe accaduto, modificare gradualmente le proprie aspettative e prepararsi psicologicamente”. Il tutto “anche eventualmente ricorrendo ad adeguato supporto psicologico al fine di affrontare più saldamente l’attendibile percorso di accettazione e preparazione all’accoglimento della neonata e così calmierare l’eventuale impatto psicologico della notizia”.

Sulla questione la ctu medico legale espletata dall’esperto di genetica medica aveva certamente evidenziato l’ errata indagine prenatale. Lo sbaglio, quindi, non poteva non avere determinato, proprio perché inaspettato, un grande impatto sulla mamma al momento della nascita. Di conseguenza, considerato che dalla relazione medica di parte era emerso ex post un danno psicologico in termini di depressione a decorso acuto cronico e che tale danno fosse correlato in parte proprio all’impossibilità della madre di adattamento e preparazione progressiva al fatto, il Tribunale ha riconosciuto in via equitativa all’attrice la somma di € 70.000,00.

Inoltre, secondo il Giudice, entrambi i genitori hanno diritto al risarcimento del danno morale richiesto pari a € 30.000. Una cifra da intendersi coma pecunia doloris ovvero danno morale transeunte legato allo shock della notizia appresa al momento della nascita. Nessun risarcimento, invece, per la sorellina della bambina. Ciò a causa del minore grado di consapevolezza legato alla sua età nell’immediatezza del parto, “verosimilmente attutita e protetta nella comunicazione dai genitori come doveroso”.

 

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